Obiettivo: felicità pubblica

Christian Raimo, L’Espresso, 16 settembre 2018
L’anno scorso alla fine di agosto ero a Roma mentre avveniva lo sgombero dei mille rifugiati dal palazzo di via Curtatone a piazza Indipendenza. Ho seguito giorno e notte la straziante resistenza; ho rischiato più volte di finire in mezzo alle manganellate della polizia, ho provato a dare una mano per capire come si potevano ospitare le famiglie che venivano buttate in strada. Sono stato male, perché in piazza a difendere i diritti di quelle persone eravamo pochissimi. Non era soltanto il periodo infelice, una stanca fine estate, la ragione per cui le istituzioni erano assenti, i loro telefonini irrintracciabili, e non si trovava nemmeno qualche politico in cerca di un quarto d’ora di visibilità. A parte i poliziotti schierati, eccoci in un crocicchio sparuto: c’era qualche mio collega giornalista, qualche operatore delle Ong, qualche attivista, qualche volenteroso politico di secondo o terzo piano. Pochissimi. A cercare con urgenza e tenacia un’interlocuzione, un riferimento, un sostegno da una classe politica autorevole che volesse prendersi in carico la questione. Non si presentò nessuno, semplicemente. Sembrava, quella di mille rifugiati, una causa platealmente e dolorosamente persa. È stato – ce ne siamo accorti poi ma lo intuivamo già allora – l’inizio di uno degli anni peggiori per i diritti sociali dal dopoguerra in poi. Su quella piazza ci siamo guardati, me lo ricordo bene, più volte, in quei giorni, avendo la consapevolezza che ci ha accompagnato nei mesi successivi, che fare il nostro mestiere giornalisti, operatori sociali, fotografi… – non era più sufficiente se poi quest’impegno non incontra qualcuno che lo raccoglie e lo usa per – trasformare cause perse (e giuste) in battaglie politiche che si possano anche vincere.
Ha pesato anche questa motivazione, inconscia forse ma profonda, quando mi è stato chiesto “out of the blue”, a luglio scorso, se volevo fare l’assessore alla cultura del terzo municipio a Roma, nella nuova giunta di Giovanni Caudo. Non ho mai avuto una tessera di partito, non ho mai svolto un incarico politico; ma ho realizzato che se avessi detto di no, mi sarei ritrovato per l’ennesima volta in quella situazione frustrante di appellarmi a un interlocutore che non c’era, di sbattere istericamente i pugni su un tavolo che nessuno guarda. E ho accettato.
La mia generazione da un punto di vista politico credo sia la peggiore che ha visto la storia repubblicana: la maggior parte – una maggioranza che ha compreso spesso i migliori di noi – hanno fatto altro invece di impegnarsi in politica, iscriversi un partito, partecipare ad assemblee, militare in un movimento, prendersi un ruolo istituzionale. I migliori sono andati all’estero, hanno dato vita a progetti personali, o semplicemente hanno messo su famiglia cercando di dedicare allo spazio privato le loro più radiose energie, le passioni liete come le ha chiamate Spinoza. Quelli che per me erano veramente i migliori, i modelli, gli esempi, in alcuni casi sono morti, sfiancati da lotte spesso solitarie: Alessandro Leogrande, Luca Rastello, Mark Fisher, un infarto a quarant’anni, un tumore a cinquantaquattro, un suicidio a quarantanove.
Io faccio l’attivista da quando ho 16 anni in modo altalenante: centri sociali, movimenti, occupazioni, battaglie culturali. Genova 2001, l’Onda, il teatro Valle, gli insegnanti precari. Vengo da venticinque anni di battaglie giuste e bellissime; e repressione feroce, annichilente. Nel tempo ho imparato – da Mazzini, da Lenin, da Gramsci, da Don Milani, da Angela Davis – che nei periodi di riflusso delle lotte, bisogna studiare. Ho fatto l’insegnante, ho studiato, ho fatto il giornalista, sono andato sul campo a capire, ho fatto lo scrittore, ho cercato di trovare in altri le metafore per interpretare tempi guastissimi. E ho realizzato, da queste esperienze, che l’unico modo per fare politica è una lunga pedagogia personale e pubblica.
Oggi, in questo livoroso settembre, mi ritrovo nel posto in cui sono nato e cresciuto: il terzo municipio di Roma è un’area gigantesca, che va da Città Giardino, lungo la Nomentana che passa l’Aniene, fino al Raccordo Anulare. Ci abita mia madre ancora, i miei e cari e vecchi amici, e insieme a loro ci abitano 210 mila persone – più di Cagliari, di Parma, di Trieste. In un territorio così vasto (provate a percorrere via della Marcigliana in bicicletta e vi sembrerà di perdervi in una landa) c’è una sola biblioteca (combattiva), un solo (piccolo) teatro, un solo cinema in pratica. E poi c’è un centro commerciale ciclopico, Porta di Roma, un cubo enorme, un asteroide, una cattedrale nel deserto, in cui ogni anno entrano 14 milioni di persone. Quindi ecco un pezzo di città reale pubblica, dove la sera ci sono pochissime persone in giro; ed ecco un pezzo della città privata, commerciale, sotto le luci al neon e l’aria condizionata, aperta fino alle 22. Chi l’ha immaginato così lo sviluppo urbanistico, chi l’ha voluta così la vita di 210 mila abitanti? Beh, di sicuro non aveva davvero capito in cosa consiste la felicità delle persone.
Ho cominciato a fare l’assessore alla cultura a metà luglio, il 1° agosto ho messo su la prima iniziativa di questa cosa che abbiamo chiamato “Grande come una città”. È un’espressione, “Grande come una città”, che ripetono quelli che vivono qui quando devono far capire che non si tratta di un quartiere appunto, e che le politiche devono essere ripensate su una scala completamente diversa, per numeri, ambizione, riflessione urbanistica, sociale, culturale.
Ho provato a rovesciare la frustrazione in ambizione; e ho invitato lo storico della lingua italiana, Luca Serianni, a tenere una lezione aperta sulla lingua italiana come cittadinanza, nel parchetto sopra la nuova stazione della metro di Piazzale Ionio, un’area che fino a qualche anno fa era un posto di spaccio o dove al massimo ci si portavano a spasso i cani. Ci hanno dato una mano dei volontari della protezione civile a pulire, e il primo agosto da Serianni sono venute 700 persone: ad ascoltare, fare domande, stare fino a mezzanotte a discutere.
È stato un piccolo miracolo, ma per me non era nemmeno inatteso: conosco sulla mia pelle, mi verrebbe da dire – la domanda di convivialità, la fame di politica, soprattutto in luoghi che per anni sono stati deserti e desertificati. La stessa cosa si è ripetuta con il concerto acustico di Filippo Gatti sotto i portici del municipio, e ancora con l’incontro con Valerio Mastandrea e Mario Sesti nei cortili delle case popolari del Tufello: duemila persone arrivate col passaparola. Hanno cucinato, portato da mangiare e da bere, per condividerlo, sono venuti un’ora prima per pulire il prato e mettere le sedie. C’era un’aria diversa, mi hanno detto in migliaia, una specie di felicità pubblica, l’opposto del senso di oppressione e angoscia che respiriamo in quest’autunno appena cominciato, tra migranti sequestrati nelle navi, poliziotti con il taser, cani antidroga nelle scuole.
Dal 2010 siamo su un pianeta in cui, per la prima volta nella storia dell’uomo, più di metà della popolazione vive in città, e ci è arrivata da poco, magari da un anno, o da un mese. Nel libro bellissimo di Suketu Mehta, La vita segreta delle città, a un certo punto c’è scritto: «Di ogni città esistono due diverse narrazioni: la storia ufficiale e quella non ufficiale. La storia ufficiale ha toni euforici e giubilanti; la storia non ufficiale è più sobria, ma di solito è destinata a durare. La storia non ufficiale è trasmessa perlopiù oralmente, la si può ascoltare nei phone center dei quartieri d’immigrazione; nei video che gli immigrati mandano alle proprie famiglie. Queste storie non ufficiali di migrazione sono essenziali per garantire una continuità alle persone in movimento. Oggi duecentocinquanta milioni di persone vivono in un paese diverso da quello in cui sono nate: un essere umano su ventotto. Se i migranti fossero una nazione, sarebbero il quinto paese più popoloso del mondo».
Com’era allora quell’altra storia che ci viene ripetuta ogni giorno? Un mondo di persone sole, tossiche dei social network: è questa la partecipazione-feticcio che hanno immaginato i partiti non solo italiani negli ultimi anni? Sono convinto che la crisi della politica e la retorica dell’antipolitica non sono, nonostante tutto, riuscite a distruggere una possibilità reale: che città sia il luogo dell’incontro e del conflitto. Non può andare altro che così. A patto però che la partecipazione, l’attraversamento dello spazio pubblico sia un processo rieducato, rein-coraggiato dalla politica; e questo può avvenire solo se pensiamo che il territorio sia una vera comunità educante. Ci vogliono libri, intellettuali, che ci aiutino in questa riflessione politica, da Usi del disordine di Richard Sennett a La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, occorre trovare interpretazioni e visioni. Non possiamo limitarci a pensare la politica come mero sinonimo di governance (che parola orrenda! Alain Deneault ce l’ha spiegato bene nel suo ultimo libro).
Certo sono fondamentali gli atti, le delibere, le scelte, l’impegno nella risoluzione dei problemi; ma tutto questo deve avere uno scopo: la costruzione di un senso di comunità. E se sappiamo quanto sia difficile ricomporre i legami sociali sulle iniziative culturali o i progetti educativi, immaginiamo quanto è complicatissimo farlo sulle battaglie politiche ambientali o urbanistiche.
Dico quest’ultima cosa perché nel terzo municipio c’è una questione enorme e ineludibile come un mostro. Ed è quella del Tmb, l’impianto di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti, che tratta un quarto dei rifiuti indifferenziati della città (più di 1.000 tonnellate al giorno, tra lavorazione e trasferenza) e appesta l’intero municipio da sette anni. Sette anni. Persino nelle settimane di quest’ultima estate è stato ed è disumano vivere vicino all’impianto che viene usato come una discarica di fatto in mezzo al centro abitato: non si respira, le persone vivono tappate in casa con 35 gradi, chi soffre di problemi respiratori impazzisce. L’Ama, l’assessorato comunale ai rifiuti, la sindaca negano che ci sia un problema, parlano di un generico, sporadico, disagio. Ma è chiaro che la situazione è un’emergenza, e riguarda l’ambiente e la salute. È un disastro, da tutti i punti di vista. I comitati sembrano sfiancati da quasi otto anni di lotte, assemblee, picchetti, esposti alla procura, manifestazioni, volantinaggi, appelli. Il valore delle case dove vivono si è ridotto a un terzo di quando le hanno comprate nemmeno un decennio fa, i genitori non sanno se portare i bambini all’asilo che gli hanno assegnato vorrà dire farli ammalare, gli operai dell’impianto raccontano di lavorare in condizioni al limite. Se ci fosse un incendio – e con 4.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati non è difficile, si rischierebbe davvero una strage.
La puzza insostenibile, i fumi tossici, il rischio disastro ambientale: da sette anni le persone che ci abitano vicino – ci sono due interi quartieri a ridosso, Villa Spada e Fidene, alcune case sono situate a cinquanta metri, un asilo nido è a cento – subiscono una forma di violenza sociale che è una delle più gravi emergenze di Roma, che nessun politico e nessun amministratore è riuscito finora a risolvere. Che si fa?
Occorre pensare anche qui a ripoliticizzare le lotte: trasformarsi da persone che subiscono come vittime in attori di un conflitto. Per me che ho deciso di starci anima e corpo in questa battaglia, vuol dire organizzare un comitato di lotta, allargato, ampio, che arrivi a intervenire nelle decisioni politiche. La lotta contro il Tmb è già l’esempio di come si svolgerà la politica nel futuro non solo di Roma, ma sul pianeta Terra: piccole comunità che si metteranno insieme per provare a contrastare processi globali di trasformazione delle città talmente grandi che difficilmente tengono conto della vita e della salute delle persone. La No Tav, per fare un esempio, è una storia simile. Uliva è una storia simile. È ovvio che qui non si tratta di contrapporre due ideologie differenti, progresso industriale contro proteste ecologiste; ma di immaginare e praticare una nuova cultura ambientalista, che metta insieme i diritti di comunità diverse: l’educatore dell’asilo e l’operaio dell’azienda rifiuti, chi lavora in un luogo e chi ci abita, la periferia di Roma con il centro, la città con la regione. Politica – e non commissari, leggi emergenziali, indignazione su Facebook, campagna elettorale permanente, capri espiatori…
Nelle prossime settimane faremo una grande manifestazione contro il Tmb, il 18 settembre in municipio per organizzarla c’è un’assemblea aperta a tutti: perché sono convinto che sia imprescindibile trasformare questa mobilitazione da vertenza locale (nimby!, che altro termine orrendo!) in una protesta cittadina, ambientalista e culturale.
È così impegnativo che ogni volta che incontro qualcuno che vuole parlare con me come assessore per propormi un’idea per il municipio o avere informazioni sul tmb, gli dico: okay, ecco tutto, ma tu invece mi dai una mano? Vieni a organizzare? Vieni a protestare? Perché davvero, di questa politica, abbiamo bisogno – non c’è nessuno a cui delegare, non c’è nessuno nemmeno che si intesti le nostre battaglie.
Io, intanto, ti lascio la mia mail: christian.raimo.ext@comune.roma.it