John Stuart Mill – La “tirannia della maggioranza”

John Stuart Mill, Sulla libertà, Bompiani, Milano, 2007

L’idea che il popolo non abbia bisogno di limitare il proprio potere su se stesso, poteva sembrare un assioma quando il governo popolare era una cosa soltanto vagheggiata, o della cui esistenza in epoche remote si era letto qualcosa. Questa idea non è stata messa in crisi neppure da temporanee aberrazioni come quelle della Rivoluzione francese, i cui eccessi furono opera di pochi usurpatori, e che in ogni caso non dipendevano dal normale funzionamento delle istituzioni popolari, ma da un’improvvisa e convulsa esplosione contro il dispotismo monarchico e nobiliare.
Col tempo, tuttavia, una repubblica democratica giunse a occupare una larga area della superficie terrestre, imponendosi come uno dei membri più potenti della comunità delle nazioni; e il governo elettivo e responsabile venne fatto segno delle osservazioni e delle critiche che ogni grande realizzazione richiama su di sé.
Si iniziò allora a percepire che espressioni come «autogoverno» e «potere del popolo su se stesso» non esprimono il vero stato delle cose. Il «popolo» che esercita il potere non coincide sempre con il popolo su cui il potere viene esercitato; e l’«autogoverno» di cui si parla non è il governo di ciascuno su se stesso, ma di tutti gli altri su ciascuno. La volontà del popolo significa inoltre, in pratica, la volontà della parte più numerosa o più attiva di esso, vale a dire della maggioranza o di coloro che riescono a farsi accettare come tale. Il popolo, di conseguenza, può desiderare di opprimere una parte dei suoi membri; e le precauzioni contro questa eventualità si rendono tanto necessarie quanto quelle contro ogni altro abuso di potere.
Pertanto, la questione della limitazione del potere del governo sugli individui non perde nulla della sua importanza quando i detentori del potere sono di norma responsabili verso la comunità, cioè verso il partito più forte all’interno di essa. Questo punto di vista non ha trovato difficoltà ad affermarsi, poiché si lega sia all’intelligenza dei pensatori, sia all’orientamento di quelle classi importanti della società europea con i cui interessi, reali o supposti, la democrazia entra in conflitto; e nella riflessione politica, «la tirannia della maggioranza» viene ora generalmente inclusa tra i mali contro cui la società deve stare in guardia.
Al pari delle altre tirannie, la tirannia della maggioranza è stata temuta in principio, e grossomodo lo è ancora, soprattutto perché operante attraverso le iniziative delle autorità pubbliche.
Gli osservatori più riflessivi percepirono tuttavia che quando il tiranno è la stessa società – cioè l’insieme della società, sui singoli individui che la compongono -, le forme della tirannia non si riducono agli atti che essa può compiere per mano dei suoi funzionari politici. La società ha la prerogativa di eseguire, e di fatto esegue, le proprie direttive: ma se emana direttive sbagliate anziché giuste, oppure concernenti ambiti con cui non dovrebbe interferire, essa esercita una tirannia sociale più pericolosa di molte altre forme di oppressione politica, perché, sebbene generalmente essa non si appoggi su sanzioni molto severe, lascia meno vie di fuga, in quanto penetra molto più in profondità nelle pieghe della vita quotidiana al punto da asservire l’anima stessa.
Pertanto, proteggersi dalla tirannide del magistrato non è sufficiente: ci si deve proteggere anche dalla tirannide dell’opinione e del sentimento prevalenti, dalla tendenza della società a imporre, con mezzi diversi dalle sanzioni civili, le proprie idee e le proprie pratiche a coloro che dissentono da essa, a ostacolare lo sviluppo – e, se possibile, a prevenire – la formazione di qualsiasi individualità non in armonia con i suoi schemi, e a costringere tutti i caratteri a uniformarsi ai propri modelli.
C’è un limite alla legittima interferenza dell’opinione comune sull’autonomia degli individui; trovare questo limite e difenderlo dai tentativi d’invasione è altrettanto indispensabile per il buono stato dei rapporti umani quanto la difesa dal dispotismo politico.