Il laboratorio sestese

di Melania Villa

Venerdì sera, Sala degli Affreschi, Biblioteca di Sesto San Giovanni.

Una sala piccola ma gremita di persone. Siamo qui ad ascoltare Luciana Castellina. Una breve presentazione ed eccola, si alza e si avvicina al microfono. Si parla in piedi, afferma immediatamente, oggi si sta seduti quando si parla e questo non è un buon segno. Ha una voce bassa, roca, con una cadenza romana dolciastra. È una donna molto bella, di quella bellezza che solo la vivacità dello spirito può conferire a un corpo. Il suo discorso si dipana fra ricordi, informazioni e battute. Sono parole lucide e precise le sue.
Sono sempre stata affascinata dagli incontri. Quegli incontri che segnano un punto di svolta nella vita di una persona, quegli incontri dopo i quali la vita non è più la stessa di prima, quegli incontri che segnano un prima e un dopo. Sono gli incontri d’amore. Barthes scriveva “quell’incontro rientra nell’ordine del «primo piacere», e io non so darmi pace se esso non ritorna: io affermo l’affermazione, io ricomincio, senza ripetere”. Un dire di sì, insomma, in un costante movimento.
Si tratta di questo – mi pare – quando Luciana Castellina narra del suo incontro con la politica nelle strade delle borgate romane: la politica è la possibilità di diventare soggetti del proprio avvenire. Se si tratta di diventare soggetti significa che non lo si è già, non c’è un apriori in tal senso. Il fatto tuttavia che non lo si sia già, non impedisce però che lo si possa diventare.
Diventare è un verbo interessante poiché sottolinea l’aspetto fondamentale del movimento necessario affinché sia possibile che qualcosa della propria soggettività emerga. Nondimeno non si tratta di rivendicazione: la rivendicazione ha a che fare con una pretesa, con qualcosa che si ritiene si debba avere senza perdere nulla.
Si tratta piuttosto, io credo, di dare voce. E la voce ha un prezzo come ben sa la sirenetta di Andersen. Ma lo sappiamo bene anche noi, ogni volta che scegliamo di scrivere un messaggio invece di fare una chiamata. La voce trema, la voce si alza o si abbassa a nostra insaputa, la voce si rompe, la voce tradisce. Come riuscire dunque a dar voce? Come sostenere una politica che promuova la presa di parola?
Luciana Castellina procede con un’analisi lucida della realtà odierna fino a porre una domanda che ritengo fondamentale: come fare per riuscire a tenere assieme libertà e uguaglianza? Ai miei occhi è un interrogativo molto importante e che non ha risposte semplici.
Come tenere assieme la libertà individuale di tutti senza che questo si trasformi in semplice menefreghismo del “faccio quello che voglio”? Come sostenere l’uguaglianza senza cadere nell’eliminazione della vitale differenza?

Personalmente ritengo decisivi due tipi di movimenti.
Il primo: il rinfoltimento del legame sociale. Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo sfilacciarsi del tessuto sociale ben rappresentato dallo slogan Uno vale uno. Uno non vale uno. Si nasce da un due e questo due rimane nella crescita di ogni persona. Quella divisione che è ciò che ci costituisce in quanto esseri umani è ciò che può permetterci di fare i conti con l’alterità, con il diverso che è in primis in noi stessi. Quella divisione che emerge ogni volta che diciamo è più forte di me o quando convinti di quel che vogliamo dire ci salta fuori una parola del tutto inaspettata. Quella divisione che ci permette di creare un legame con gli altri togliendoci dall’illusione di poter bastare a noi stessi.
Il secondo movimento, a mio avviso, potrebbe essere quello della testimonianza. Testimoniare attraverso le proprie scelte della possibilità di avvicinare la parola all’agire affinché sia possibile la trasmissione di una parola autentica. Se da una parte, infatti, troviamo la parola vuota, la chiacchiera dei salotti televisivi – dove per l’appunto si sta comodamente seduti; dall’altra, c’è l’agito, il fare senza pensare, il muoversi a partire dall’urgenza, in un costante tentativo di apporre delle pezze qua e là. La testimonianza allora può essere un modo, il più efficace io credo, di creare un legame fra un dire e un fare, fra le parole e il corpo.
Quella che si presenta alla politica è quindi una sfida non semplice perché richiede qualcosa che è dell’ordine dell’invenzione. Non si tratta, infatti, di riproporre soluzioni già adottate precedentemente, questo vorrebbe dire non accorgersi che la società non è oggi quella che era un tempo. Nuove questioni richiedono nuove idee.

Quella di venerdì sera per me è stata una testimonianza.
Castellina ha concluso il suo discorso con una battuta che lascia aperte le strade da percorrere, la situazione è complessa, ha affermato, ma io la mia vita e le mie scelte le ho fatte, ora sta a voi. Auguri.
Con questo augurio sospeso, la Fabbrica continua il suo lavoro laboratoriale. Perché è nel laboratorio che il sapere delle mani incontra la vivacità dell’intelletto.

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